et in arcadia ego
Pietro Ulgiati

Toccate la terra

Io so che la leggenda dell’esser vivo
resta scelta affannosa e sicura.
Più sola, gridata, sofferta,
è la certezza di morte.
Ed io che lo so,
come una trama omicida,
del solo vivere non posso parlarvi,
io che so,
la mano gelida vorrei porvi,
e al ricordo mio non soffritene,
al ricordo mio bagnatevi le vesti,
e scalzi toccate la terra.
Essa vi nutrirà
Pietro Baccino

D’acqua e di luce

D’acqua e di luce scioglie il suo vigore
l’onda nel balenare degli spruzzi
e si stende chetata sulla rena.
Ma già un’altra s’avvita in buona lena
nell’arco dell’assalto a quella costa
che l’accoglie e l’assorbe nel suo seno.
E un’altra ancora, indomita, tenace,
continua la battaglia senza pace
e sparge perle liquide nell’aria,
ove sogna di farsi arcobaleno.
Ma è un attimo e il suo aire la frantuma
sull’assetata spiaggia che sorbisce
avidamente la pacata spuma.
E ancora l’onda stende un suo tappeto
leggero, evanescente, che accarezza
le zampe dei gabbiani radunati
a salutare il sole che svanisce,
aspettando la brezza della sera.
Trine arancio impalpabili di nubi,
sospese in cielo, velano lontani
profili di colline già oscurate
e pronte ormai al sonno della notte.
Anche per me, così, finisce il giorno
e accompagnato dal fruscio del mare
alzo la mano lenta in un saluto
e torno al mondo donde son venuto
di frenesia pervaso, d’attivismo
produttivo, di voci esasperate
che non sanno d’autunno, né d’estate,
di cielo azzurro o foglie colorate.
Elena Scarfagna

I bachi delle ore

Vicolo I della Portella, Paliano
Gennaio 2010

La polvere è piena di ricordi
e chiude questa casa, queste coperte pesanti,
questi libri, queste scatole di legno intarsiato
piene di fili di perle ingiallite,
in un fazzoletto leggero di seta grigia
che solo i topi irrispettosi lacerano qua e là.

La polvere vive di ricordi.
Ha aiutato il ragno a costruire
la sua trappola per gli sciocchi.
Ha incollato le finestre
perché il vento non soffi via gli spettri
e trascinato le tende
perché il sole non scongeli le ore
inginocchiate su se stesse.

La polvere si nutre di cadaveri
come l’avvoltoio
e di libri chiusi sopra i loro segreti,
gelosi più del buio.
La Penna d'Oro 2011                               
La Penna Rossa   (2° class)
La Penna Blu  (3° class)                             
Premio Letterario La Penna d'Oro
motivazione

Quella di  Pietro Ulgiati è una poesia dai toni forti e dai colori accesi.    A una prima lettura potrebbe perfino sembrare datata per via di una certa enfaticità e altisonanza ma invece è proprio in questa energia espressiva la sua novità quantomeno rispetto ai toni incerti e titubanti di tanta poesia novecentista dedicata all’inquietudine esistenziale.     Il linguaggio è ricco e colorato e le immagini evocate hanno spesso il fascino visionario delle tele di Delacroix e delle “sublimi forze” invocate da Byron.      Da sottolineare una certa disinvoltura compositiva che testimonia di altrettanta sicurezza nei propri mezzi espressivi.     Disinvoltura che si palesa con una snella concatenazione di versi brevi e stringati con altri versi inconsueti e ipermetrici in modo da creare un effetto di sonorità variabili di sicuro fascino.
motivazione

Viaggia parallelo al moto dell’onda il pensiero dell’autore, che già nel terzo verso mostra al lettore la cruda spiaggia dell’approdo: una rena sabbiosa nella quale l’onda, prima balenante di spruzzi e vigore, può stendersi, chetata. E non cheta.     Come l’onda è domata, così anche il poeta, al termine della propria estasi, è infine domato dalla frenesia, dall’attivismo produttivo, dalle voci esasperate che nulla sanno della semplicità e della bellezza della semplice contemplazione. Novello Rousseau, l’autore traccia una decisa denuncia di quello che potrebbe essere il normale stato di virtù umano a fronte dell’artificiosa e artificiale costruzione sociale nella quale l’individuo è forzosamente inserito e con la quale è talmente ormai immischiato, da non potersi più divincolare (pena il totale e definitivo smarrimento). Non pare esservi altra scelta, per l’uomo, se non alzare la mano lenta in un saluto e tornare al mondo, quasi che l’habitat dell’estasi, invero l’unico naturale, fosse ormai divenuto talmente artificiale da imporre una dolorosa rinuncia. Non v’è quindi speranza, per l’uomo? Così parrebbe suggerire la chiusa della lirica, tronca sul concetto di rinuncia e sulla chiave del rammarico per ciò che è stato lasciato.      La poesia di Pietro Baccino, in realtà e per converso, letteralmente trasuda speranza, e lo fa esplicitamente, sgomentando il lettore che, di fronte a questo tipo di chiusa, è indotto inconsciamente a rileggere la lirica. Ripercorrendo i versi, può così comprendere che, a fronte dell’onda prima domata, un’altra ancora, indomita, tenace, continua la battaglia senza pace prima di essere a sua volta chetata, lasciando spazio a una nuova essenza marina che,finalmente, si cheta. L’onda rinuncia (ora, sì, positivamente) al proprio furore per divenire un tappeto per le zampe dei gabbiani, offrendo ovvero la propria intima essenza al conforto della vita altrui.    Lirica decisa, accorata e mai banale, pur se evocata nell’ambientazione marina che tanto ha indotto a verseggiare anche gli autori più illustri del passato. Lirica, soprattutto, che appare, come si diceva, un chiaro manifesto della poetica dell’autore, se non una vera sintesi della propria Didaché, con la quale Pietro Baccino ci offre, attraverso versi suggestivi e immaginifici, uno speculo in cui osservare la via verso la vita e la via verso la morte.
motivazione

Lirica coraggiosa.   Il lettore è letteralmente rapito, fin dal primo approccio, condotto verso la casa citata nel secondo verso, e quivi rinchiuso da quella stessa polvere che chiude, oltre alle stanze e al loro interno le coperte pesanti, i libri, le scatole di legno intarsiato. Ingabbiato dalla fortissima potenza evocativa che l’autrice tesse attraverso il proprio verseggiare (mai didattico, sempre efficace), il lettore non può far altro che guardarsi attorno, ascoltando le dure sentenze proferite attraverso la salda epistrofe della polvere, attorno alla quale vengono letteralmente tessute le tre strofe della lirica.      Rapida, l’autrice descrive spazi e sensazioni, senza lasciare margini di giudizio al lettore.     L’ambiente è buio e forse si potrebbe trarre un piccolo lembo di luce, ma ciò che filtra dal vetro lascia solo intendere ancora e solo la presenza della polvere, quella polvere che incolla financo le finestre perché dall’esterno nulla possa turbare il lavoro delle ore. Ripiegate su se stesse, quasi in devota penitenza, le ore filano, come bachi, il loro tempo. Un tempo alacre e inesorabile, che conduce tutto e tutto conduce verso la morte (vera e unica presenza viva nella stanza, oltre a quella del lettore), laddove è e sarà ancora e solo polvere a dominare, evocando avvoltoi e garantendo che i segreti verranno conservati per sempre nei libri chiusi.      Occorre coraggio, si diceva, per riuscire ad ammaliare il lettore attraverso un subdolo e sapiente sfruttamento del lacaniano godimento.      L’autrice, cui va il plauso unanime della giuria, riesce nell’intento: sfruttando evidenti e indotti effetti sindromici, la poetessa annega nella polvere ogni traccia dell’unico elemento che, solo, potrebbe inficiare il godimento, o la pulsione di morte, che viene incitata ed eccitata: la polvere non lascia spazio ad alcun desiderio, come l’autrice implicitamente ricorda al lettore, ammonendolo con l’eco del Genesi: quia pulvis es et in pulverem reverteris.